sabato 4 dicembre 2021

Rubrica: Storytelling Chronicles: Una giornata diversa di Susy Tomasiello

Buon sabato amici lettori.
Il primo sabato di dicembre non potevo inaugurarlo in maniera migliore se non con la Storytelling Chronicles.




Storytelling Chronicles è una Rubrica a cadenza mensile ideata da Lara del blog  La Nicchia Letteraria in cui ogni mese i blog partecipanti scrivono un racconto su un tema scelto nel gruppo apposito. La grafica è invece a cura di Tania del blog My Crea Bookish Kingdom
L'argomento di questo mese era creare una one shot, ossia un racconto con un inizio e una fine. Dopo il mese scorso in cui sono stata abbastanza "traumatizzata" devo dire che mi è andata di lusso visto che io amo questo genere di cose quindi ecco qui la mia storia.

                                                  
Poltrire sotto le coperte in inverno è qualcosa che definirei come una delle più belle del mondo. D’altronde cosa c’è di meglio quando il freddo si muove implacabile dovunque e non riesce ad arrivare sotto metri e metri di stoffa? Non devo studiare, non c'è scuola e i miei genitori sono al lavoro, cosa c'è di più magnifico?
Mi rannicchio ancora di più e sorrido beatamente a occhi chiusi, occhi che di colpo si aprono quando avverto un’aria gelida che non dovrebbe passare.
«Alzati pigrona, dobbiamo andare».
«Andare dove? Cosa vuoi? Sparisci!» Mi sollevo di scatto a sedere e recupero le mie coperte sollevandole fin sopra la testa, ma quella cocciuta di mia cugina insiste.
«Non puoi dormire oggi! Abbiamo appuntamento con l’asilo e non possiamo fare tardi. Ti do dieci minuti, sbrigati».
«Dieci minuti? Ma sei impazzita? Hai idea di quanti gradi ci siano lì fuori? E nessuno sano di mente riuscirebbe a prepararsi in dieci minuti se prima la temperatura corporea non si stabilizza, vuoi avermi sulla coscienza cugina?»
«Hai finito di dire stupidaggini?» m’ignora del tutto Serena. Ha un nome che le si addice alla perfezione, non si arrabbia mai o alza la voce è sempre... serena. Come faccia non riesco nemmeno a capirlo, in realtà non comprendo neanche che sia vestita di tutto punto a quest’ora, la gente in inverno dovrebbe dormire!
«Ti aspetto in cucina, preparo un caffè caldo così ti svegli per bene e bada che stai solo rispettando la tua promessa o devo ricordarti che hai passato l’esame di scuola guida solo grazie a me?»
Urlo nel cuscino mentre la sento ridere e allontanarsi finalmente dal mio letto. È quasi fuori dalla porta, ma ritorna per guardarmi con attenzione.
«Ah dimenticavo, dopo dobbiamo passare da quel gran bel figo di Matteo. Credo che dovresti almeno, essere carina non pensi?»

                             

E con questa stoccata definitiva mi manda al tappeto. Vorrei urlare di nuovo o fare qualsiasi cosa, ma non ho tempo. Scalcio via le coperte e corro in bagno perché dieci minuti non basteranno, ma devo fare presto.
Serena è ospite da noi come tutti gli anni durante le vacanze natalizie, ma stavolta siamo a fine gennaio e ancora non è andata via per aiutarmi con le lezioni di guida. È doloroso ammetterlo, ma senza il suo aiuto non avrei superato le prove pratica. Dopo essere stata bocciata una volta, stavo cominciando a perdere le speranze quando lei mi ha fatto da insegnante e le cose sono andate meglio. Ha otto anni più di me, fidanzata ufficialmente con un ragazzo strafigo e gentile e per quanto mi faccia arrabbiare la adoro. È la sorella che non ho mai avuto ed è solo colpa sua se sono rimata invischiata in questa cosa dell’asilo.
Lei ama fare tanto volontariato per somma gioia dei miei e dei suoi genitori e adesso siamo diretti alla scuola materna della città per offrire dolciumi ai piccoli. Vorrei obiettare che hanno già mangiato a sufficienza a Natale e con la Befana, ma so già che Serena avrebbe da ridire quindi resto in silenzio. Un giorno sarà una madre fantastica, io con la scarsa pazienza che mi ritrovo non so se ci riuscirò ma al momento non sono problemi che mi riguardano.
Quando arriviamo alla scuola, mi accorgo che c’è uno strano silenzio.
«Che succede?» chiedo perplessa.
«Che vuoi dire?» Serena chiude il bagagliaio dell’auto dopo aver preso due scatoloni e affidandomene altrettanti.
«Non lo senti?» replico indicando l’edificio. «Zero assoluto, non è sospetta quest’assenza di rumore?»
«Marcella Maria Bastiani» mi ammonisce e io so di essere nei guai perché quando pronuncia il mio nome per intero è pronta una bella ramanzina, il più delle volte mi coglie impreparata e anche stavolta non fa eccezione.
«Sai dove stiamo andando vero?»
«Alla scuola materna per consegnare da mangiare» rispondo pronta. «Certo che lo so».
«E di quale scuola di tratta?»

                                  

Sto per ripetere che siamo all’asilo, ma l’occhio mi cade sull’insegna bella grande alla porta e spalanco la bocca a corto di parole. Sì, decisamente non ho prestato attenzione quando ho accettato questo compromesso, pensavo solo a prendere la patente e ora mi sento in colpa, terribilmente in colpa.
«Suppongo che adesso tu abbia ricordato» mi guarda malissimo mia cugina e io mi sento ancora peggio. «Entriamo adesso e, per favore, comportati bene».
In un altro momento obietterei al suo trattarmi come una bambina, ma a testa bassa annuisco sentendomi in colpa.
Siamo in una scuola per sordomuti e io l’avevo completamente rimosso. Quando varchiamo la soglia e ci accolgono due suore giovani dai sorrisi allegri, mi assale il panico. Come ci si comporta con bambini che non sentono e non parlano? Perché non mi sono preparata prima di venire qui?
«Da questa parte» risponde una delle due suore, forse si è presentata, ma non ho sentito una parola ed è meglio fingere il contrario oppure Serena si arrabbierà per la prima volta in vita sua.
Andiamo in una grande sala con un tavolo immenso su cui poggiamo gli scatoloni, mia cugina comincia a svuotarli elencando ogni cosa. Io mi guardo intorno e vedi tanti banchetti colorati che riempiono la stanza. I bambini sono seduti e disegnano indisturbati, qualcuno solleva il volto e mi sorride e io ricambio sollevata. Non lo dirò ad alta voce, ma è bello vedere che sono bambini come tutti gli altri.
Un’altra suora gira tra i banchi e comincia a comunicare con il linguaggio dei segni, vorrei capire cosa sta dicendo ma mi risulta chiaro quando tutti i piccoli allievi mollano le sedie e corrono verso il tavolo imbandito. La gioia autentica di quei visetti è forse più rumorosa del caos che avrebbero fatto se potessero parlare e guardarli mi rende felice, come se facessi parte di qualcosa di più grande.
Dopo aver mangiato i dolcetti, un bambino comincia a parlare in quel linguaggio che non conosco e mi indica ripetutamente. Io guardo confusa la suora che mi sorride.
«Marco vorrebbe che anche tu giocassi con loro. In realtà sta chiedendo esplicitamente di fare un giro girotondo».

                                     

Sento su di me lo sguardo di Serena, so che non direbbe niente se mi rifiutassi, sa quanto sono a disagio con i bambini, ma non la sento di spegnere quel sorriso genuino e annuisco con entusiasmo.
«Certo. Volentieri».
È strano girare in tondo insieme agli altri bambini mentre sono l’unica a cantare, tutti sorridono e forse nella loro testa lo stanno facendo davvero ma si divertono e questo mi basta. Ben presto dobbiamo spostare i banchetti per avere più spazio e cambio direzione ogni volta prima che ci giri troppo la testa, non so quante volte lo facciamo ma non ricordavo di essermi così divertita da un sacco di tempo. Non avverto nemmeno più il freddo ed è stranissimo per me, freddolosa dalla nascita.
«Adesso facciamo riposare Marcella». La suora interviene quando si rende conto che dopo un numero indefinito di giri sto per crollare. Guardo i piccoli gesticolare veloce, forse si stanno lamentando e la donna risponde loro allo stesso modo. Ancora una volta vorrei sapere cosa si stanno dicendo, è come essere una straniera in un luogo nuovo eppure questa è la mia città e loro parlano la mia lingua.
«Domani» dico muovendo la mano in un gesto eloquente. «Verrò domani a giocare di nuovo con voi, ma magari a un’altra cosa».
Non so se le mie parole abbiano sortito l’effetto sperato, ma quando mi abbracciano e qualcuno saltella avverto una sensazione intorno al cuore bellissima che non avevo mai sperimentato e sorrido. La suora mi ringrazia e poi porta i bambini nell’altra sala, mia cugina corre subito ad abbracciarmi.
«Sono così fiera di te Marcy, sei stata bravissima. Sapevo che avresti dato il meglio di te, loro sono adorabili e hanno solo bisogno di tanto affetto».
«Grazie per avermi portato qui» mormoro ricambiando l’abbraccio. «E scusami se a volte sono pessima».
«Ti voglio bene lo stesso» mi carezza una guancia Serena. «E adesso possiamo andare a comprare la cancelleria da Matteo, sei pronta?»

                                     

Matteo è il ragazzo che lavora in una cartoleria dove compro più di quello che mi serve. Frequenta la mia stessa scuola, ma a parte averci scambiato qualche parola non sono mai riuscita ad andare oltre. La verità è che mi sono presa una cotta pazzesca per lui, ma la timidezza che mi blocca solo quando gli sono accanto mi impedisce di farmi avanti anche se vorrei tanto. Lui è sempre gentile con me, mi sorride più di tutte le altre persone che vanno nel negozio - e questo l’ho notato parecchio perché lo osservo tanto - ma nemmeno lui ha mai sconfinato. Secondo Serena è timido anche lui e forse ha ragione, dovrei cogliere al volo l’opportunità di andare a parlarci, ma per la prima volta non sono così entusiasta.
«Forse sarebbe meglio aiutare a sistemare questa roba, ne abbiamo portata così tanta e le suore ora sono impegnate».
«Sei sicura?»
«Forse a Matteo farà bene non vedermi per un giorno, così gli manco abbastanza da venire a cercarmi» rifletto. «Lo sto abituando troppo alla mia presenza ed è tempo di cambiare atteggiamento se voglio conquistarlo e poi mi piace stare qui, mi fa sentire bene».
Serena mi abbraccia di nuovo, ha gli occhi lucidi come se fosse commossa ma la spingo via prima che esageri.
Passare l’intera giornata in quella scuola è stancante, ma anche molto gratificante. Gioco ancora con loro e mi diverto parecchio.
Quando il pomeriggio vengono i genitori a prendere i bambini, c’è autentica gioia in quei visetti e qualcuno mi presenta anche alle mamme sorprese ma contente.
«Hai donato un po’ di felicità agli altri» mi passa un braccio sulle spalle Serena quando torniamo alla nostra macchina. «Come ti senti?»
«Benissimo» ammetto senza riserve. «Ok, forse la faccenda del volontariato non è brutta come credevo. Adesso capisco perché ti piace tanto e verrò volentieri domani di nuovo qui, ma non pensare di portarmi ovunque adesso mi raccomando».
«Vedremo» mi strizza l’occhio Serena prima di salire in macchina. Apro lo sportello quando il telefono mi avvisa dell’arrivo di un messaggio. Lo leggo mentre mi allaccio la cintura.

                                 

Ho guardato tutto il tempo la porta aspettando di vederti, mi sono sentito alquanto stupido in realtà e forse non dovrei nemmeno dirtelo ma volevo solo che sapessi che mi sei mancata. Ti va se più tardi ti chiamo?

Un sorriso enorme e gigante appare sul mio volto quando leggo quel messaggio di Matteo. Blocco Serena che sta per accendere il motore e glielo mostro, poi lo leggiamo insieme ad alta voce e io non smetto di sorridere.
«A quanto pare la tua tattica ha funzionato» batte il cinque con me Serena. Mentre mette in moto io digito una breve ma significativa risposta.

Mi sei mancato anche tu, ci sentiamo più tardi.

E capisco che questa è stata la più bella giornata di sempre.

                               
Siamo giunti alla fine.
Mi sono divertita molto lo ammetto, spero che anche per voi così.
Vi aspetto nei commenti.

                                             

Copyright @ 2021 Susy Tomasiello

Questo racconto è un’opera di fantasia . Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono prodotto dell’immaginazione dell’autrice o se reali , sono utilizzati in modo fittizio. Ogni riferimento a fatti o persone viventi o scomparse è del tutto casuale.

4 commenti:

  1. Mi piace sempre leggere ciò che scrivi, lo trovo accogliente come ricevere un abbraccio. Descrivi scene che danno davvero serenità e oggi ne avevo proprio bisogno, quindi grazie =)
    Ps. Io mi chiamo pure Serena, ma purtroppo sono sempre agitata xD ciaooo

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    1. Che carina che sei Serena <3 Grazie mille per le tue parole e per commentare sempre le mie storie sei un tesoro <3

      A volte il nome non c'entra niente sono d'accordo ahah

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  2. Ciao Susy! La tua storia è molto simpatica e piacevole, un perfetto Young Adult. Hai descritto molto bene le emozioni di una ragazza di 18 anni: la scuola guida, il desiderio di fare qualche esperienza diversa rispetto alla scuola, i primi batticuori... Anche lo stile è molto simpatico e scorrevole.
    L'idea di una one-shot è pienamente rispettata. Complimenti, proprio una lettura piacevole!

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    1. Grazie mille Silvia.
      Mi fa piacere tu l'abbia trovata piacevole perchè per me è stato molto molto piacevole scriverla

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